Giffi Blog
09/09/2022
Te lo dirò senza girarci troppo intorno: tra le principali cause dell'inquinamento in Italia, ambientale e culturale, c'è la mafia. Un cancro che purtroppo è in buona compagnia di una cattiva (se non compiacente) amministrazione pubblica e di imprenditori (da leggersi senza "im") senza scrupoli.
Oggi ti racconterò 5 storie di 5 tra i luoghi più "malati" del nostro Paese. Ho scelto queste aree non solo in base alla contaminazione e agli effetti tossici che soffrono, ma anche per la rilevanza mediatica che hanno ricevuto, i cambiamenti che hanno ispirato e le vicende fuori dal comune che le circondano (quel tipo di vicende che racchiudono la mentalità di un'intera nazione o che smuovono le coscienze).
Nel 1968 accadde un qualcosa di davvero insolito, soprattutto a quei tempi: un papa, Paolo VI, celebra la Santa Messa di Natale non a San Pietro come da tradizione e consuetudine, ma in un’acciaieria del Sud Italia, più precisamente a Taranto, nell’impianto della Italsider, che forse conoscerai oggi come "Ilva".
Il Papa va lì per cercare di costruire un dialogo tra la Chiesa e la nuova classe operaia, percepita come troppo lontana. "Non di solo pane vive l’uomo (...) non di sola giustizia economica, di salario, di qualche benessere materiale (...) ma di giustizia civile e sociale". Mai parole furono più vere e, per molti versi, premonitrici. (Il Papa visita l'Ilva)
Una papamobile particolare per l'occasione...
L’Italsider di Taranto è un simbolo, il fiore all’occhiello dell’industria del Sud, il tanto atteso progresso del mezzogiorno. Per costruire lo stabilimento i tarantini hanno rinunciato ai loro ulivi secolari. Il sogno "milanese" era troppo luccicoso e le promesse di uno stile di vita moderno troppo seduttive.
A dir la verità, all'inizio le aspettative sono anche rispettate. Nel 1968 questa acciaieria è aperta da soli 3 anni, ma già genera ricchezza per le imprese del territorio fino a 8’000 addetti del settore circa, e pochi anni dopo crea, tra lavoro diretto e indotto, ben 43’000 posti di lavoro. L’industria siderurgica di Taranto è la più grande d'Europa e rifornisce mezzo vecchio continente.
"Stupidi i baresi a non volerla" avranno pensato i tarantini. (Inizialmente, lo stabilimento era previsto a Bari, ma in seguito ad alcune proteste vi si rinunciò).
L'illusione dura fino agli anni 80’, quando il settore dell’acciaio conosce una fortissima crisi. La situazione precipita ancora di più a partire dal 1995, quando l’Ilva viene svenduta ai privati, mentre iniziano a delinearsi i primi legami (prove) tra il lavoro dell’acciaieria e l’impressionante aumento di tumori nell’area. Nel 2012 i magistrati iniziano a parlare esplicitamente dell’ILVA come la “fabbrica di malattia e morte” conosciuta in tutta Italia a seguito di numerosi scandali e inchieste.
Ad oggi, si stima che l’inquinamento prodotto dall’ILVA, ribattezzata poi in Acciaierie d’Italia, abbia ucciso circa 12’000 persone e tra un commissionamento e l’altro, al momento non si vedono alternative tra il morire di fame o il morire di cancro per il territorio.
Resa celebre da Roberto Saviano in Gomorra, l’espressione “la terra dei fuochi” indica i roghi di rifiuti, spesso e volentieri tossici, accesi nelle zone extraurbane e urbane tra Napoli e Caserta. La storia del riciclaggio illegale dei gruppi mafiosi non è facile da ricostruire, la stessa “terra dei fuochi” non ha una precisa definizione geografica, considerando che le zone interessate hanno sofferto del fenomeno con intensità e in periodi diversi.
Ma se tracciare un confine geografico netto è quasi impossibile, possiamo comunque fare un esempio di cui siamo certi: il "triangolo della morte", l'area compresa tra i Comuni campani di Acerra, Nola e Marigliano. Questa terra, chiamata felix (felice) dagli antichi romani, era una delle più fertili al mondo, poi ha visto suoi terreni diventare tossici e i suoi ospedali riempirsi di gente a causa del forte aumento della mortalità della popolazione.
La causa? Il cancro. La causa della causa? Lo smaltimento da parte della camorra di rifiuti tossici provenienti in massa dalle industrie del Nord Italia.
Nel triangolo abitano circa 550.000 persone e l'indice di mortalità ( per tumore al fegato sfiora il 38.4 per gli uomini e il 20.8 per le donne, quando la media nazionale è solo del 14. Tra i rifiuti bruciati sono stati ritrovati materiali come plastica, amianto, prodotti chimici, piombo e materiali radioattivi, che sono probabilmente la causa della spaventosa incidenza del linfoma non Hodgkin in questa area. Il linfoma non Hodgkin è la stessa malattia che hanno riportato a casa i soldati e i volontari italiani dopo l’esposizione all’uranio impoverito nelle guerre in Bosnia e Kosovo.
Non solo incendi, spesso i rifiuti vengono anche sotterrati.
Lo sversamento e l'incendio di questi rifiuti e degli scarti di lavorazione di attività, soprattutto del ramo edile, conciario e della contraffazione, rappresentano una grande fonte di guadagno per le mafie. Tuttavia, decine di anni dopo, sembra resistere ancora una sorta di “negazionismo” verso l’idea della terra dei fuochi anche da parte delle più alte cariche politiche. Forse, il caso che meglio descrive questo clima di superficialità riguardo la terra dei fuochi sono le dichiarazioni del Presidente De Luca quando ebbe l'ardire di definire Acerra, "la città più controllata e monitorata d'Italia e nella ex Terra dei fuochi". Il governatore venne subito "distrutto" dai medici isde (Medici per l'Ambiente), ascoltati dal Corriere del Mezzogiorno, ma i cui appelli finirono nel dimenticatoio.
Mi trovo costretto a dover passare da un triangolo della morte all’altro. Questa volta andiamo in Sicilia per un caso di, incredibile ma vero, “deportazione industriale”. Un paio di premesse prima di continuare: la costa orientale dell’Isola è un’oasi cristallina che resiste oggi nella maggior parte dei casi, ma per le località in provincia di Siracusa di Augusta, Melilli e Priolo il destino non è stato molto gentile.
È su queste spiagge praticamente vergini che le nuove industrie del petrolchimico approdano nel 1949, ad Augusta. Da quel momento in poi inizia una corsa senza freni fino alla creazione di un indotto petrolifero degno di nota in tutta Italia. Una industrializzazione che, dietro alla promessa di benessere, nasconde malattie e danni all’ambiente come è avvenuto in troppe altre città italiane. (A tal proposito, ti consiglio un meraviglioso articolo di Andrea Intonti) Puoi immaginare come sia andata a finire: spiagge distrutte, aumento di X,Y,Z malattie, ormai lo abbiamo capito.
Davvero ci si può fare il bagno qui?!
C'è un qualcosa di bello però in questa storia però: il coraggio di un cittadino. Mi sembra infatti più che doveroso ricordare la persona di Salvatore Gurreri, un martire della lotta alla deportazione industriale, ritrovato morto nel bagagliaio di una Alfa Romeo il pomeriggio del 14 giugno 1992.
Gurreri viveva a Marina di Melilli e ha assistito al mutamento del suo paesino, soprannominato “La Baia degli Dei”, da luogo di pescatori e operai, con panificio, macelleria, alimentari, scuola elementare… a polo industriale stile Manchester della prima rivoluzione industriale. Alcuni abitanti accettarono degli indennizzi subito e si trasferirono altrove, altri si arresero solo dopo minacce, alla fine rimase solo Gurreri a Marina di Melilli, l’ultimo sopravvissuto alle nuove forme di deportazione.
Il rifiuto più totale di Gurreri ad abbandonare la sua terra dovette cedere il passo la notte tra il 12 e il 13 giugno del ‘92, quando fu ucciso con un colpo di pistola in testa, con mani e piedi legati, in pieno stile mafioso, da gruppi desiderosi di entrare in affari con le ricchissime “industrie balneari”. Aveva 84 anni.
Una piccola città piemontese chiamata da tutti “la città dei tetti bianchi” ci farà probabilmente pensare a una graziosa località dai tetti perennemente innevati. Beh, sarebbe un errore. I tetti bianchi a cui si fa riferimento quando si parla di Casale Monferrato non hanno a che fare con la neve, ma con l’amianto.
La Eternit, l'azienda produttrice del fibrocemento più famigerato della storia italiana, ha avuto un suo stabilimento proprio qui a Casale Monferrato, dal 1907 al 1986, per 79 anni. A partire dagli anni cinquanta, la lavorazione dell’amianto, e la relativa dispersione delle sue microfibre, ha tolto la vita a più di 1600 persone, tra i lavoratori e il resto della popolazione.
Le malattie derivate dall'amianto sono subdole, possono manifestarsi anche a distanza di 30 anni. La più nota di queste è il Mesotelioma Pleurico, una forma di tumore ai polmoni molto raro prima del successo commerciale dell’Eternit.
Il motivo per cui Casale è rinomata come la città dei tetti bianchi è da attribuirsi principalmente al “polverino”, il prodotto di scarto della fabbricazione che veniva distribuito ai cittadini e da loro riutilizzato per i piccoli lavori domestici, come stabilizzante o coibente. Il polverino è così diventato il protagonista di molti lavori, dalla piazza, al cortile, fino ai vialetti che portano al cimitero (la tragica ironia della sorte).
La città dei tetti bianchi.
Nel corso degli anni Casale è stata oggetto di una bonifica profonda e la strada è in discesa anche grazie all’ottimo lavoro del Comune. Tuttavia, a causa della lunga latenza delle malattie derivate dell’amianto, a Casale si continua a morire ancora oggi, 30 anni dopo lo il ban nazionale all'amianto. (Nota - L'amianto continua ad essere legale e commercializzato dalla stessa Eternit in diversi paesi del mondo, per saperne di più consiglio saluteinternazionale.info)
Mentre, appunto, a Casale si continua a morire anche oggi, Stephan Schmidheiny, proprietario di Eternit, si reca dalla tv svizzera per accusare i tribunali italiani di "perseguitarlo", ricevendo il plauso e la comprensione dei “giornalisti” in studio che lo fanno bello.
Forse qualcuno dovrebbe ricordare a questi “giornalisti”, e a chi davvero crede al Signor Amianto, come si sia dimostrato che egli abbia ordinato agli operai di mentire sulla pericolosità dell'Eternit, si sia servito di scienziati corrotti a sostegno di questa tesi e, proprio per non farsi mancare niente, abbia abbandonato le polveri di amianto all’aperto dopo la chiusura degli stabilimenti.
Verso le 12 del 10 luglio 1976, nello stabilimento ICMESA di Seveso, in Brianza, il sistema di controllo di un reattore chimico non fa il suo dovere a causa di un guasto, e la temperatura dell’impianto sale alle stelle, eppure il reattore non esplode.
La provvidenziale apertura del disco di rottura salva l'impianto dall'esplosione. Il peggio non è ancora passato però, la nube tossica che fuoriesce viene spinta dal vento verso il centro abitato e, come hanno raccontato gli abitanti, “gli uccelli cadevano al passare della nube”. L’odore è pungente e tutti lo avvertono in città, ma sul momento nessuno si rende davvero conto della tragedia epocale che si è appena consumata.
Se ne accorgeranno solo giorni dopo, a nube passata, quando inizierà la moria di cani, gatti e conigli e sul volto dei bambini spunteranno forme gravissime di cloracne. La rivista americana TIME nel 2010 lo ha classificato come l’8° peggiore disastro ambientale della storia: parliamo del “disastro di Seveso”.La nube tossica era infatti carica di diossina TCDD, una sostanza artificiale fra le più tossiche mai conosciute, e ha inghiottito l’intero paese di circa 15’000 anime.
I bambini pagano le conseguenze dell'inquinamento più di tutti.
Anche se nel periodo immediatamente successivo al passaggio della nube non ci sono stati morti nella popolazione, l’incidenza di tumori e altre malattie risulta decisamente maggiore rispetto alla media.
Ma ciò che caratterizza questo luogo rispetto agli altri di questo video è la velocità che c’è stata nella messa in sicurezza e l’impatto a livello mediatico e legislativo che ha avuto. Il disastro di Seveso ha dato il via ad una coscienza ecologista in Italia ancora precoce all’epoca e ha poi ispirato la “Direttiva Seveso” dell’Unione Europea, una politica comune europea in materia di prevenzione dei grandi rischi industriali.
Sotto il Bosco delle Querce, un’area verde impiantata sopra la vecchia “ZONA A”, quella più colpita dalla nube, ci sono 2 vasche di contenimento per il materiale contaminato da quasi 300 mila metri cubi totali. Un intero Paese è lì sotto, e solo Dio sa quando, e se, potrà mai rivedere la luce. La Seveso sepolta rappresenta il terzo sito mondiale per pericolosità, preceduta solo da Fukushima e Chernobyl.
PDF riassuntivo direttiva Seveso: prof Barbara Pozzo
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